Quattro chiacchiere a Boston

Oggi ho voluto indossare le vesti di un giornalista e anche se al momento è severamente vietato, ho preso un aereo (immaginario) e sono volato fino a Boston, negli USA, dove da ormai qualche mese vive Lucia. 

Lucia è una ragazza umbra, originaria di Cannara, un paese alle pendici del Subasio, che dopo aver conseguito il Diploma al Liceo Scientifico, ha deciso di intraprendere un percorso che l’ha subito portata ad abbandonare la sua regione d’origine per inseguire il suo sogno, quello di studiare e diventare una ricercatrice in ambito psicologico. Dopo essere passata da Cesena a Siena e aver fatto una breve tappa ad Helsinki, in Finlandia, oggi come anticipato si trova a Boston.

Ho deciso cosi di farle qualche domanda sulla sua nuova vita a stelle e strisce e soprattutto sull’attuale situazione sanitaria che ormai sta prendendo piede anche oltreoceano.

 D: Ciao Lucia! Per iniziare spiegaci brevemente perché ti trovi in America.

R: “Ciao a tutti! Mi trovo in America per svolgere attività di ricerca nell’ambito del mio dottorato in Neuroscienze. Eh sì io sono esattamente una di quelle persone di cui spesso si sente parlare al telegiornale: una giovane e sottopagata ricercatrice italiana partita per cercare un po’ di fortuna in America. In particolare, sono a Boston dove insieme ad un gruppo di ricercatori dell’Harvard Medical School, stiamo svolgendo diverse ricerche nel campo dell’Alzheimer che, come saprete quasi tutti, è una malattia neuro degenerativa i quali meccanismi di azione non sono ancora ben conosciuti e per cui non esiste ancora un trattamento. Qui la ricerca è molto avanzata ed utilizziamo tecnologie all’avanguardia per testare un nuovo approccio terapeutico con stimolazione cerebrale non invasiva personalizzata.”

D: Quali differenze trovi tra la vita italiana e quella americana?

R: “Quando sono arrivata qui non immaginavo davvero nulla del genere. L’America non la puoi capire veramente se non ci vivi per un po’, e anche se all’apparenza sembra tutto come nei film o nelle serie tv americane, quando cominci ad entrare nel loro modo di ragionare capisci che non è come appare! La mia vita è cambiata radicalmente da quando sono qui, è cambiata principalmente negli affetti, mi sono trovata ad un oceano di distanza da tutte le persone che conoscevo e ho riscoperto il piacere di rimettermi in gioco a 27 anni. Anche se sono giovane ho capito che fare un’esperienza del genere alla mia età è molto più difficile rispetto a quando hai 20 anni. Nonostante questo, ho indossato il mio sorriso migliore per cercare nuove amicizie e provare a non gettarmi solamente nel lavoro. Purtroppo però devo dire che Boston è una di quelle città estremamente fondate sul lavoro e sull’individualità, perciò all’inizio da italiana abituata a fare l’aperitivo quasi tutte le sere è stata molto dura ingranare la marcia. Ma dopo aver preso i ritmi lavorativi ho iniziato anche con le serate fuori e mi sono trovata a sfidare anche il freddo dei -20° che ci sono d’inverno per vivere un po’ il divertimento di questa città! Ma non pensate assolutamente al divertimento all’italiana, qui i locali alle 2.00 chiudono e ti sbattono fuori, i ristoranti non ti danno la cena dopo le 22.00, e spesso è difficile trovare una pizzeria o un “paninaro” aperto dopo le 2.00 in grado di colmare la tua fame chimica. Sto parlando di Boston ovviamente, tutto questo non vale per la Grande Mela, dove la vita notturna la puoi trovare “all night long” e di manifestazioni culturali e non ce ne sono a migliaia e per tutte le tasche. Un’altra cosa estremamente positiva del vivere qui è la musica dal vivo. È molto difficile in Italia trovare locali dove ci sono band che suonano dal vivo, qui invece è all’ordine del giorno e soprattutto per quanto riguarda il jazz. Questo mi ha fatto scoprire una parte della musica che non conoscevo e che apprezzo moltissimo. E poi gli eventi culturali: sono nella città dove hanno sede tante tra le Università migliori del mondo, per cui mostre e altri eventi del genere non mancano mai! Per quelli sociali c’è un po più da attrezzarsi, però con la giusta compagnia anche un panino da ‘shake shake’ diventa una festa!”

boston, massachusetts, skyline

D: Situazione coronavirus: qual è il pensiero popolare della gente? Quali disposizioni sono state date dal governo per la vita di tutti i giorni?

R: “All’inizio di questa situazione di emergenza nessuno credeva che la questione fosse così seria, esattamente come la maggior parte delle persone in Italia. Io però che ho le mie “spie”  italiane sapevo benissimo che prima o poi l’emergenza sarebbe arrivata anche qui, perciò mi sono messa in quarantena volontaria, sono chiusa in casa da quasi due settimane e lavoro in modalità smart-working esattamente come voi; diciamo che l’ho fatto anche per solidarietà con il mio Paese. Secondo le statistiche in America i contagi sono iniziati dieci giorni dopo rispetto all’Italia, quindi questo tempo andrebbe sfruttato al meglio. Attualmente (si parla della situazione al 23/03/2020, ndr) la situazione nel Massachusetts (stato di Boston, ndr) conta 777 casi, di cui 133 a Boston. Ma il Governatore ha già dichiarato lo stato di emergenza, chiuso tutte le scuole e le università da dieci giorni, ha chiesto agli studenti di non tornare nei dormitori dopo lo “spring break” (si tratta di una o due settimane di break dalla scuola, lo fanno ogni anno a metà marzo e molti studenti tornano nel loro paese di origine), tutte le conferenze e gli assembramenti di più di 10 persone sono state vietate, ha chiuso bar e ristoranti, permettendo loro solo la consegna a domicilio. Oggi è arrivato un comunicato ufficiale in cui si conferma il lockdown di tutta la città e quindi rimarranno aperti sono gli esercizi strettamente necessari, esattamente come in Italia, con annessa chiusura dei parchi. Questa devo dire mi è sembrata una risposta molto tempestiva di fronte all’emergenza e speriamo sia utile a contenere il diffondersi del virus il più possibile. Ancora però non siamo arrivati al punto delle autocertificazioni e del non potersi muovere dal proprio comune (che sia una misura necessaria solo per gli italiani che sono da sempre degli indisciplinati???). Staremo a vedere, io intanto con la neve e -5° non ho nemmeno troppa voglia di uscire!”

D: Sicuramente tanti italiani vedono l’America come il Paese che non c’è, mi piacerebbe che tu ci spiegassi la reale situazione economica e sanitaria in America.

R: “Questa è una domanda difficile da rispondere. Non sono di certo un’esperta nel settore perciò prendete queste mie parole semplicemente come una riflessione di quello che ho vissuto finora. Dal punto di vista economico posso dire che è vero, qui girano veramente tanti soldi e credo che Boston sia anche una delle città più ricche, ma anche più care dell’America. Nel mio piccolo questo l’ho visto soprattutto a livello lavorativo, la facilità di trovare fondi per poter finanziare le proprie ricerche è davvero impressionante e se penso a quanti sforzi dobbiamo fare noi in Italia per vedere qualche soldino dallo Stato mi sento male. Qui investono tantissimo nella ricerca, nell’istruzione, nell’innovazione perché sono furbi, hanno capito che nel lungo periodo investire su questi aspetti paga molto di più e ti fa diventare la potenza più importante del mondo. Non so se e quando in Italia questo verrà mai compreso.

Se c’è una cosa però che del Bel Paese rimpiango ora che sono qui è la sanità pubblica. Come credo tutti voi sappiate la sanità in America è privata. Cosa vuol dire questo? Significa che di fatto dal momento in cui nasci devi stipulare un contratto con le assicurazioni sanitarie affinché quando avrai bisogno di cure, l’assicurazione pagherà il conto al posto tuo. Eh sì perché qui andare in ospedale può voler dire pagare qualche centinaia di migliaia di dollari solo per far sì che si prendano cura di te. Quasi tutti gli ospedali dispongono di un vero e proprio “listino online” dove ognuno può andare a vedere quanto ti potrebbe costare fare un trattamento, un pò come scegliere cosa mangiare al ristorante. Ovviamente però non è tutto così semplice, a volte purtroppo il tipo di servizio che ti viene offerto dall’ospedale dipende dall’assicurazione che hai stipulato. Perciò se hai un’assicurazione buona, che può arrivare a costare quasi mille dollari al mese, è più probabile che tu riesca ad avere le cure migliori, altrimenti ti verranno proposte le cure che la tua assicurazione sarà in grado di coprire o ti verrà chiesto di pagare la differenza e per differenza non si intendono due spicci. Per farvi un esempio anche piuttosto attuale, mentre il tampone per il COVID-19 in Italia è gratuito, qui costa tremila dollari e mi chiedo: è per questo che sono stati riscontrati meno casi? Si testa di meno? Un altro esempio ancora più significativo è questo: un trattamento che prevede ospedalizzazione e respirazione assistita con ventilatore, ovvero quella che in Italia oggi chiamiamo Terapia Intensiva, per più di 94 ore può costare fino a centocinquantamila (150.000 !!!) dollari. Ora credo di avervi scioccato, e anche io quando l’ho letto sono rimasta senza parole, ma purtroppo qui funziona così! Quindi il messaggio che vorrei farvi passare è che siamo fortunati noi Italiani ad avere la sanità pubblica, con tutte le problematiche che ne derivano è vero, ma provate a pensare: cosa ne sarebbe stato di tutti quei malati che sono guariti in questi giorni grazie all’assistenza pubblica se si fossero trovati a combattere il virus qui in America senza una buona copertura assicurativa? Vi invito a riflettere!

Arrivati in fondo a questa chiacchierata, voglio ringraziare Lucia per il tempo che mi ha dedicato e per la testimonianza che ci ha concesso, raccontandoci quello che succede e come viene affrontata l’emergenza in un altra realtà diversa da quella italiana.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *